Nuove forme di depressione in età evolutiva: web e case farmaceutiche creatori di distruzione?

Depressione Internet

INTRODUZIONE
La nostra società è sempre più complessa e frenetica, viaggia a ritmi velocissimi e cambia in modo repentino. Negli ultimi decenni le nuove tecnologie e internet hanno modificato i processi di comunicazione, invadendo la vita di miliardi di persone. Forse l’evoluzione c’è sfuggita di mano e con essa sono sorte nuove problematiche psichiche. Tra queste la depressione ha trovato inedite forme d’espressione, specialmente tra i più giovani. Una vera e propria corsa contro il tempo che giorno dopo giorno miete sempre più vittime. In più, a complicare il tutto, sono inevitabilmente i poteri forti, le politiche sbagliate, le grandi aziende del web e case farmaceutiche, che puntano ad aumentare il proprio fatturato giocando con la salute di milioni di persone.
In quest’ottica vorrei entrare nel vivo di questa relazione che cerca di enfatizzare l’importanza di una prevenzione efficace ed efficiente nell’ambito dei sintomi depressivi, nell’apertura di un dibattito più consapevole, tentando di aprire una riflessione sui meccanismi che regolano la società in cui giornalmente viviamo.

 

1. LA DEPRESSIONE: UN MALE DEL PRESENTE CHE TERRORIZZA IL FUTURO
Negli ultimi decenni abbiamo assistito ad un’evoluzione della medicina che non conosce precedenti. La ricerca ha fatto passi da gigante scoprendo l’eziologia di moltissime patologie, ha consentito il miglioramento sintomatologico di svariate malattie e aperto scenari di speranza per persone terminali. Tutto questo è un vero successo, ma la sfida più grande sembra essere all’orizzonte. Se consideriamo i numeri epidemiologici, infatti, possiamo tranquillamente affermare che una delle patologie mentali più temute, la depressione, sta per scatenare una vera e propria terza guerra mondiale.
A lanciare l’allarme è stata direttamente l’OMS, Organizzazione Mondiale della Sanità, che ha dichiarato che nel 2020 la depressione sarà la malattia mentale più diffusa al mondo e in generale la seconda malattia più problematica dopo le patologie cardiovascolari. Una crescita esponenziale che negli ultimi decenni ha conosciuto una vera e propria impennata. Attualmente, infatti, una persona su 15 è affetta da depressione, più di 350 milioni di persone in tutto il mondo, e oltre il 21% della popolazione nel lifetime ha avuto sintomi depressivi. A questo ovviamente vanno aggiunte le problematiche correlate, le forme subcliniche, i costi che comportano per la sanità pubblica, l’impatto familiare,… Più della metà delle patologie mentali ha insorgenza prima dei quattordici anni e la maggior parte delle nazioni mondiali ha un solo psichiatra infantile ogni 2 milioni di abitanti. I suicidi sono circa 800.000 l’anno (la maggior parte avvengono nei paesi più poveri e l’età è compresa tra i 14 e i 45 anni), e negli ultimi 4 anni si è riscontrato un notevole aumento dei casi.
Una vera emergenza che forse deve rimettere in discussione il nostro concetto di società. Una società sempre più veloce, globalizzata, strutturata sul senso di colpa, sull’apparenza, sui taboo, sul concetto di appartenenza e d’identificazione, insomma una società che non tiene conto del singolo, che tralascia le minoranze e abbatte i più deboli.
Per la prima volta nella storia dell’umanità l’uomo è arrivato a fare i conti con sé stesso, con i propri stati interiori, con le proprie emozioni, sino a cascare facilmente in un circolo vizioso da cui sarà difficile uscire. I più colpiti sono inevitabilmente i più fragili, ovvero i giovani, che non hanno gli “anticorpi” giusti per far fronte alla complessità della vita.
La parola Depressione oggi sembra essere molto abusata nella nostra società, al contrario molto spesso in campo clinico può essere sottovalutata, specialmente in età evolutiva. Solamente negli ultimi 30 anni è cresciuto l’interesse scientifico verso i disturbi dell’umore nell’età 0-18 anni e, grazie a una forte spinta proveniente dalla ricerca, è stato possibile individuare un modello di base che è attualmente sovrapponibile a quello presente in età adulta, ma con qualche piccola variante diagnostica introdotta a partire dal DSM-IV e mantenuta nel DSM-5 (Manuale Diagnostico e statistico dei disturbi mentali APA 2014). Per definire un Episodio Depressivo Maggiore EDM si devono rispettare i seguenti criteri:

A. Devono essere presenti contemporaneamente 5 o più dei seguenti sintomi per un periodo di almeno 2 settimane rappresentando un cambiamento rispetto al precedente livello di funzionamento; almeno uno dei sintomi è 1) umore depresso o 2) perdita di interesse o piacere

  1. umore depresso per la maggior parte del giorno, quasi tutti i giorni, come riportato dall’individuo (per es., si sente triste, vuoto, disperato) o come osservato dagli altri (per es., appare lamentoso). NOTA: Nei bambini e negli adolescenti, l’umore può essere irritabile
  2. marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte, o quasi tutte, le attività per la maggior parte del giorno, quasi tutti i giorni (come riportato dal resoconto soggettivo o dall’osservazione)
  3. significativa perdita di peso, non dovuta a dieta, o aumento di peso (per es., un cambiamento superiore al 5% del peso corporeo in un mese) oppure diminuzione o aumento dell’appetito quasi tutti i giorni.
    NOTA: Nei bambini, considerare l’incapacità di raggiungere i normali livelli ponderali
  4. insonnia o ipersonnia quasi tutti i giorni
  5. agitazione o rallentamento psicomotori quasi tutti i giorni (osservabile dagli altri, non semplicemente sentimenti soggettivi di essere irrequieto o rallentato)
  6. faticabilità o mancanza di energia quasi tutti i giorni
  7. sentimenti di autosvalutazione o di colpa eccessivi o inappropriati (che possono essere deliranti), quasi tutti i giorni (non semplicemente autoaccusa o sentimenti di colpa per il fatto di essere ammalato)
  8. ridotta capacità di pensare o concentrarsi, o indecisione, quasi tutti i giorni (come impressione soggettiva o osservata da altri)
  9. pensieri ricorrenti di morte (non solo paura di morire), ricorrente ideazione suicidaria senza un piano specifico, o un tentativo di suicidio, o un piano specifico per commettere suicidio

B. I sintomi causano disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento in ambito sociale, lavorativo o in altre aree importanti.
C. L’episodio non è attribuibile agli effetti fisiologici di una sostanza o a un’altra condizione medica generale.

Il Disturbo depressivo maggiore è associato ad un’elevata mortalità e in molti casi presenta: facilità al pianto, irritabilità, rimuginazioni, ruminazioni ossessive, ansa, fobie, preoccupazioni eccessive, sintomi di dolore, nei bambini può verificarsi ansia da separazione,… Può insorgere per la prima volta a qualsiasi età, anche se la probabilità d’esordio aumenta marcatamente con la pubertà. Inoltre, desta particolare attenzione, proprio come riportato dagli approfondimenti correlati alla patologia nel DSM-5, il decorso variabile, dove alcuni individui non raggiungono mai la remissione, mentre altri vivono molti anni con pochi o nessun sintomo tra i diversi episodi.
I fattori di rischio, oltre a tratti temperamentali, genetici ed educativi, riportano come fondamentali le condizioni ambientali e sociali. Sembra infatti che l’evoluzione tecnologica e il cambiamento delle dinamiche familiari, abbiano dato una bella spinta all’insorgenza di tali problematiche in età evolutiva.

 

2. INTERNET IL NUOVO RE DEL PIANETA TERRA: NUMERI E INFLUENZE
I problemi psicologici crescono sempre più velocemente e parallelamente ad essi non stenta a fermarsi nemmeno l’evoluzione tecnologica, che le due realtà siano correlate?
In una società sempre più frenetica e ansiosa, in un mondo dove i rapporti umani sono sempre più rarefatti e il tempo sembra non bastare mai, la rete è divenuta la vera regina. È lei l’invenzione più innovativa del 20esimo secolo, ed in pochissimo tempo ha conquistato la mente delle persone, si è inserita in essa divenendo parte della loro vita, stimola le emozioni e i sentimenti, certe volte si sostituisce alla personalità e prende il controllo del soggetto. In tutto questo a farne le spese maggiori sono i più giovani, e il fenomeno si sta espandendo a macchia d’olio.
Secondo quanto rivelato nel 13° Rapporto Censis-Ucsi sulla comunicazione (2016), il 73,7% degli italiani naviga sul web, con un incremento della penetrazione di ben 2,8 punti percentuali rispetto all’anno precedente e una crescita del 28.4% rispetto al 2007. E la percentuale sale al 95.9% se si prendono in considerazione i giovani under 30. In più, continua la crescita impetuosa degli smartphone, utilizzati dal 64,8% degli italiani (e dall’89,4% nella fascia d’età 14-29 anni).
Tra i social network Facebook è il più popolare. È usato dal 56,2% degli italiani (il 44,3% nel 2013) e raggiunge l’89,4% di utenza tra i giovani under 30 e il 72,8% tra le persone più istruite, diplomate e laureate. Al secondo posto troviamo Youtube usato dal 46,8% delle persone (73,9% tra i giovani). Per la messaggistica invece è WhatsApp il vero leader che s’impone su ben 61,3% degli italiani (l’89,4% dei giovani). 6 ragazzi su 10 vorrebbero essere uno Youtuber di successo, il 95% ha almeno un profilo social, la maggior parte arriva addirittura a gestire ben 4 o 5 profili contemporaneamente, con una media che supera le oltre 7 ore giornaliere in cui i ragazzi hanno il cellulare in mano. Il 17% dei giovani non riesce a staccarsi da Smartphone e social, 1 su 4 dichiara di essere sempre online e 1 su 5 è affetto da Vamping, in altre parole si sveglia di notte per controllare messaggi e notifiche.
A tutto questo va associato un aumento dell’uso di Tv e radio. La televisione infatti raggiunge il 97,5% degli italiani. I telespettatori aumentano ancora (+0,8% nell’ultimo anno), soprattutto quelli della tv digitale terrestre (+1,5%) e satellitare (+1%), mentre gli utenti delle diverse forme di tv via internet si attestano al 24,4% e quelli della mobile tv all’11,2%. La crescita cumulata per la tv sul web nel periodo 2007-2016 è pari a +14,4 punti percentuali. Le radio inoltre hanno un’utenza complessiva pari all’83,9% degli italiani con crescita costante.
Particolare attenzione va rivolta anche al calo del cartaceo. I quotidiani perdono lettori con una flessione del -1,4% nel 2017 rispetto all’anno precedente, -26,5% complessivamente nel periodo 2007-2016. Di contro aumenta l’utenza dei quotidiani online (+1,9% nel 2017) e degli altri siti web d’informazione (+1,3%).
Insomma, essere connessi sta diventando una vera e propria seconda vita, un meccanismo catastrofico che minaccia la personalità e l’integrità psichica dei più giovani. Essi vengono a contatto con tali strumenti sin dall’infanzia, un periodo fondamentale per la costruzione della propria identità. Ogni giorno su internet va in onda la vita degli altri, che diventa forse più importante della propria.
Tutto questo si scontra con nuove forme di Cyberbullismo, messo in atto da circa due adolescenti per classe, ma non dobbiamo tralasciare anche: il sexting, ovvero l’invio di testi o immagini sessualmente esplicite tramite Internet o telefono cellulare, praticato da quasi 1 ragazzo su 10; la vendetta pornografica che spesso correla con il suicidio; le mode social che favoriscono l’abuso di alcool e i disturbi alimentari (incidenza nel 20% dei ragazzi). E ancora Selfie e App a rischio per 2 adolescenti su 10 che spesso perdono la vita pur di non staccare gli occhi dal cellulare, come testimoniano innumerevoli casi di cronaca (basti semplicemente citare il gioco più popolare dell’estate 2016, ovvero Pokemon Go, che in tutto il mondo ha causato molte vittime), e nuove patologie come la Nomofobia (paura di rimanere senza cellulare della quale ne soffrono circa 6 persone su 10) e la Fear of Missing Out (paura di essere tagliati fuori).
Internet è una straordinaria fonte d’informazione e opportunità, quanto un enorme creatore di psicopatologie. In poco tempo ha modificato la società tanto che i bambini di oggi sono intrattenuti da schermi interattivi che limitano il gioco e l’interazione, ha distrutto il rispecchiamento emotivo e incrementato l’assenza fisica. Aumenta l’illusione, limita l’azione, non agisce sulla realtà e depersonifica l’individuo, comporta svalutazione di sé, interferisce sui processi di pensiero, condiziona la sfera emotiva e quella comportamentale. Ma il dominio del web sui giovani non finisce qui e in molti casi si manifesta con vere e proprie forme estreme, dall’isolamento al ritiro sociale, sino al fenomeno degli Hikikomori.

 

3. NUOVE PROBLEMATICHE DEPRESSIVE IN Età EVOLUTIVA
Di seguito alcune patologie correlate alla rete che stanno avendo tassi di crescita allarmanti.

3.1. Ritiro sociale
Per ritiro sociale s’intende la tendenza all’isolamento e la perdita di contatto con il mondo esterno. Tale problematica è correlata a particolari stati come: alcolismo, distimia, obesità, disturbo Post-Traumatico da stress e depressione, oltre ad altre particolari patologie inerenti all’umore, disturbi di personalità e condizioni mediche. Negli ultimi anni particolare attenzione è stata posta dagli specialisti in merito all’influenza che i prodotti tecnologici stanno avendo su tale problematica.
I più colpiti sono i maschi intorno alla terza media che, a seguito di un evento precipitante, non riescono più a frequentare l’ambito scolastico e si ritirano socialmente perché non si sentono all’altezza delle aspettative. Questo può essere dovuto a: sofferenza, senso d’inadeguatezza, crollo degli ideali, difficoltà ad affrontare i compiti evolutivi dell’età,… A questi vanno associati canoni sociali sempre più improntati sulla competitiva e sull’estetica (apparenza). Ne segue un vero e proprio circolo vizioso in cui vengono risucchiati. Quindi non riescono ad intravedere il futuro e ripetono le giornate in modo monotono e sempre uguale. Si calcola che i ritirati sociali in Italia siano ben 120.000, ma i dati sono in continuo aumento.

 

3.2. Internet Addiction Disorder
La Internet Addiction Disorder (I.A.D) o “Retomania” è una dipendenza/esigenza che comporta la necessità dell’individuo a rimanere connesso alla rete web per un periodo di tempo notevolmente elevato.
Come spiega il Dott. Giuseppe Di Mauro, Presidente della Società Italiana di Pediatria Preventiva e Sociale SIPPS: “Sono almeno tre i fattori che scatenano la Retomania: le psicopatologie predisponenti (Internet rappresenta un vero e proprio rifugio per quanti hanno già una stabilità emotiva precaria, soffrono di depressione, disturbi bipolari o ossessivi-compulsivi. La Rete diventa, di fatto, il luogo in cui ricercare amici o relazioni sentimentali e che consente il superamento delle relazioni della vita reale); i comportamenti a rischio (abuso delle informazioni disponibili in Rete, con intere giornate passate davanti allo schermo di un pc, trascurando la vita reale ); le potenzialità psicopatologiche proprie della Rete (dalla capacità di indurre sensazioni di onnipotenza – vincere le distanze ed il tempo – fino ad arrivare al cambiamento della personalità e dell’identità)”.
La I.A.D. quindi determina una serie di conseguenze sociali e sanitarie estremamente negative che possono portare il bambino/adolescente ad avere un basso rendimento scolastico, uno scarso rapporto con la propria persona, sino a sintomi psicopatologici come ansia e depressione.

 

3.3. Autolesionismo
L’autolesionismo o auto-danno intenzionale è un atto che implica procurare, consciamente o inconsciamente, danni rivolti alla propria persona, sia in senso fisico che in senso astratto. È più comune nell’adolescenza, tra i 12 e i 24 anni, e i dati evidenziano tale problema in ben 2 adolescenti su 10 (osservatorio adolescenti).
Nel 2008, Affinity Healthcare, ha evidenziato che i casi di autolesionismo tra giovani potrebbero arrivare sino al 33%, mentre uno studio americano effettuato tra studenti universitari ha evidenziato che il 9,8% di essi, almeno una volta nella vita, ha avuto esperienze autolesioniste come tagli superficiali e bruciature.
Tale problematica può essere correlata con Disturbi mentali (disturbo della personalità borderline, disturbo bipolare, depressione, fobie, disturbi comportamentali e schizofrenia), fattori psicologici (stile genitoriale ed educativo rigido, abusi,…) e dipendenza ed astinenza dovuta ad abuso di sostanze.
Spesso risulta associata ad esigenze di evasione dal dolore sociale, e sempre più frequentemente sul web nascono pagine, blog e veri e propri siti in cui i ragazzi raccontano le loro giornate esprimendo le loro avventure.
Ecco qualche frase estratta da un blog di una ragazza autolesionista: “Mi chiedo perché io non riesca a smetterla, perché non riesco a smettere di pensare a tagliarmi e di godere provando dolore. Finalmente l’estate è quasi finita, così posso ritornare ai miei jeans e alle felpe, che non ho mai abbandonato ma almeno adesso non mi prenderanno più in giro, ma assieme ai jeans, torneranno anche i tagli sulle gambe, non quelli normali, quelli profondi, sui quali mettevo e metto sopra l’alcol in modo che brucino… ma allo stesso tempo spero con tutto il cuore che quei tagli tornino, perché mi mancano, credo di essere in astinenza.
Si, io tratto i tagli come se fossero una droga, perché hanno lo stesso effetto che possono dare gli steroidi o un orgasmo, le endorfine provocano dipendenza e si, io sono una drogata, e sono in astinenza…in astinenza dai tagli” (non è stato riportato il nome per privacy).

 

3.4. Hikikomori
Con il termine Hikikomori si etichettano principalmente adolescenti/giovani adulti giapponesi che hanno scelto il ritiro sociale caratterizzato da livelli estremi d’isolamento e confinamento. Il governo del Giappone utilizza il termine Hikikomori per coloro che si rifiutano di lasciare le proprie abitazioni isolandosi per un periodo superiore ai sei mesi. Tra le possibili cause riscontrare va posta attenzione alle continue pressioni sociali e culturali, che opprimono il giovane e ne limitano la libera espressione.
Alcune fonti affermano che solo in Giappone ben 1 milione di persone sia coinvolto in tale fenomeno, circa l’1% della popolazione. A esserne colpiti sono principalmente i maschi primogeniti di ceto medio-alto con età tra i 19 e i 30 anni. Ma tale fenomeno non è circoscritto all’oriente. Si stima infatti che nel nostro paese 1 individuo su 250 sia soggetto a comportamenti a rischio di reclusione sociale e nel 2013 la Società Italiana di Psichiatria ha rivelato che circa 3 milioni di italiani, tra i 15 e i 40 anni, soffre di tale patologia.
“Hikikomori Italia” è un blog che cerca di informare e dare voce ad un problema che molti credono lontano da sé, ma che in realtà è molto più vicino di quanto si pensi. Ecco le parole di una madre di ragazzo “Hikikomiri”: “Riesco ad entrare nella sua camera per portare del cibo qualche volta – dice la donna – ma lui è schivo e attacca la litania: Quando te ne vai? Oppure: Sei ancora qua?. Ma io non mi rassegno e ho sbattuto la testa ovunque anche se in Italia non ci sono molti centri attrezzati. Ma non mi fermo, busso a cento porte perché non voglio che l’isolamento di Francesco (il nome è inventato per questioni di privacy) di oggi sfoci domani in altro di ancora più grave. Dopo sei mesi di liceo mio figlio aveva qualche amico ma lo ha volontariamente lasciato andare anche se lo sento parlare di notte con qualcuno al telefono. Non so chi sia. Qualche genitore liquida la mia vicenda con “due calci e due schiaffi e poi vedrai che tutto passa”. Ma non è così, credetemi. E’ peggio.
La sua routine, prima di iniziare la nuova terapia, era sempre la stessa con la sveglia verso le 14,30-15,30, niente pranzo, un po’ di giochi come Fifa 2016, un po’ di serie come “Lost” al tablet. Quindi una veloce merenda sempre in camera. A cena quando, raramente, è di buon umore esce, prende il cibo e rientra. Ma più di una volta l’ho sentito muoversi di notte, di nascosto verso le due, per farsi qualcosa da mangiare e rientrare in camera. Si addormenta alle quattro. Lui si rende conto di cosa e come sta vivendo la sua adolescenza. ‘So che sto sbagliando, voglio capire perché’ mi ha detto mio figlio, chiedendomi lui stesso di aiutarlo con uno specialista. Abbiamo iniziato una nuova terapia e per prima cosa gli è stata imposta una nuova routine: ad esempio la sveglia alle 8.30, con la scusa che io faccio rumore per preparare i suoi fratellini”.

 

4. DIRITTI DELL’INFANZIA E DELL’ADOLESCENZA: INTERVENTI E PROSPETTIVE
Nei dati riportati nei capitoli precedenti, si evidenzia come l’aumento della depressione, principalmente in fase evolutiva 0-18 anni, sia avvenuto esponenzialmente negli ultimi decenni e in molti casi sembra correlato ai nuovi sistemi tecnologici. Un fenomeno in forte ascesa che ha bisogno di essere opportunamente studiato e affrontato con maggior rigorosità scientifica, scegliendo le procedure terapeutiche non in base all’attrattiva culturale, ma secondo criteri di efficacia.
A questo punto ritengo opportuno citare la Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza (Convention on the Rigths of the Child), approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989, e ratificata dallo stato italiano con Legge n. 176 del 27 maggio 1991. In particolare l’articolo 24 tutela il diritto alla vita e alla salute, eccone un piccolo estratto: “Gli Stati parti riconoscono il diritto del minore di godere del miglior stato di salute possibile e di beneficiare di servizi medici e di riabilitazione. Essi si sforzano di garantire che nessun minore sia privato del diritto di avere accesso a tali servizi… sviluppare le cure sanitarie preventive, i consigli ai genitori e l’educazione e i servizi in materia di pianificazione familiare… Gli Stati parti adottano ogni misura efficace atta ad abolire le pratiche tradizionali pregiudizievoli per la salute dei minori”.
È necessario quindi cambiare prospettiva per inquadrare un fenomeno che non conosce precedenti. Un percorso molto delicato che necessita di un intervento tempestivo. Ma da che parte dobbiamo partire?
Sicuramente c’è necessita di costruire un sistema sanitario che garantisca un affiancamento psicologico mirato e focalizzato sulla persona, la quale dovrà essere inserita in un’equipe multidisciplinare e interdisciplinare. Questo ovviamente non è sufficiente se non si avviano progetti di ricerca che permettano di identificare le possibili cause dei vari fenomeni, con conseguente creazione di campagne d’informazione mirate alle famiglie e ai giovani. Nuovi modelli educativi dovrebbero essere studiati e valutati considerando la costante esposizione ai nuovi mezzi di comunicazione (Pc, Videogiochi e Smartphone), ed alcuni dinamismi sociali dovrebbero essere rivisti e magari modificati (anche se ovviamente questo punto ad oggi rimane pura utopia).
Inoltre, non aiutano le continue diatribe sulle validità dei sistemi diagnostici, i quali attualmente non consentendo la definizione di un intervento mirato sulla persona. È necessario costruire un nuovo punto di comunicazione con linguaggi simili e filosofie aperte tra la concezione medica psichiatrica e la visione psicologica, ed unire l’utilità dell’intervento farmacologico con quello psicoterapeutico, la dove sia possibile e necessario, considerando il paziente al centro di un percorso di cura olistico.

 

5. WEB E CASE FARMACEUTICHE
5.1. Google, Facebook e videogiochi, il potenziale catastrofico del web
«La nostra missione di connettere il mondo è ora più importante che mai», sono queste le parole usate dall’amministratore delegato di Facebook, Mark Zuckerberg. Il social network con il pollice in su ha raggiunto quota 1,86 miliardi di iscritti al 31 dicembre 2016, aumentando del 17% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Di questi ben il 66% si connette regolarmente ogni giorno. Numeri da capogiro che però nascondono ben altri interessi. Il fatturato infatti è aumentato del 51%, attestandosi ad 8,81 miliardi di dollari, ed aumentando il valore delle proprie azioni quotate in borsa (1,41 dollari, ben oltre gli 1,31 dollari attesi dal mercato). Insomma, dietro a Facebook c’è un giro d’affari miliardario che ha bisogno di analisti, esperti di marketing e psicologi, con finalità ben lontane dalla missione benefica dichiarata e riportata in apertura di questo paragrafo.
E se Facebook è il secondo protagonista, il vero re rimane sempre Google. Il gigante del web offre moltissimi prodotti, oltre ad essere il motore di ricerca più usato in assoluto dagli internauti. Esso ha infatti ideato il sistema operativo Android, che è estremamente diffuso nella telefonia, e propone innumerevoli servizi quali: YouTube, Gmail, Google+, Picasa, Google Maps e moltissimi altri. Sino a proporre ingenti investimenti nel campo della robotica e dell’automobilistica senza conducente.
Negli ultimi 20 anni ha creato ben 40.000 posti di lavoro e conta 70 uffici sparsi in oltre 40 paesi nel mondo. Una vera e propria macchina da guerra il cui fatturato è in crescita e vanta la bellezza di 90,27 miliardi di dollari.
E come non citare gli innumerevoli giochi che tengono incollati agli schermi milioni di ragazzi? Dai Pc alla Playstation 4 sino all’XBox One, un giro d’affari enorme. Il gioco più amato del momento si chiama “League of legends” e solo nel 2014 ha incassato la bellezza di 946 milioni di dollari.

I contenuti del web, sebbene siano gratuiti, sono strumenti proposti all’utente il cui fine è a scopo di lucro. E poco importa se creano dipendenza, se rovinano la salute e distruggono vite, l’importante è guadagnare.

 

5.2. Incassi delle maggiori case farmaceutiche e abbandono della ricerca
Se il pianeta terra ruota intorno al Business non sono escluse da questo immenso gioco finanziario nemmeno le grandi case farmaceutiche. Basti pensare che la Pfizer, la più grande società del mondo operante nel settore della ricerca, della produzione e della commercializzazione di farmaci, ha un fatturato che ammonta a 52 miliardi di dollari e un utile netto che supera i 14,30 miliardi di dollari. Seguono: la Bristol-Myers Squibb con 47 miliardi di dollari e utili che ammontano a 10,6 miliardi (2009); la Sanofi-Aventis, nota azienda Svizzera, che vanta oltre 28 miliardi di dollari di utili; e la Bayer la quale arriva a circa 10 miliardi di guadagni. Proprio quest’ultima è famosa per il commercio dell’Aspirina e per essere stata tra le maggiori aziende chimiche a far parte del conglomerato IG Farben nel periodo nazista. Durante la seconda guerra mondiale, la IG Farben infatti, sfruttò il lavoro in condizioni di schiavismo con fabbriche a ridosso dei vasti campi di concentramento tedeschi, e ad essa appartenevano il 42,5% delle aziende che producevano lo Zyklon B, un prodotto chimico usato nelle camera a gas di Auschwitz e in altri campi di sterminio.
Secondo alcuni dati le case farmaceutiche hanno finanziato fino al 70% dei membri della task force che ha scritto il DSM-5, il 57% in più rispetto al DSM-4. Come mai questo interesse cosi marcato? Forse perché intervenire sul sistema diagnostico consente un aumento del campo d’intervento e quindi maggiori introiti economici?
Sebbene non si voglia entrare troppo nello specifico della questione è doveroso aprire una piccola riflessione. Ecco quanto riportato sulla rivista Nature in un articolo pubblicato nel dicembre 2011: “Anche la Novartis, come altre grandi aziende farmaceutiche, sta abbandonando i programmi tradizionali di ricerca finalizzati a individuare trattamenti per i disturbi mentali. Nature ha appreso che l’azienda sta chiudendo i laboratori di neuroscienze a Basilea (Svizzera). Decisioni analoghe sono state prese dalla GlaxoSmithKline e dalla Astrazeneca, che l’anno scorso hanno annunciato la chiusura di tutte le loro divisioni di ricerca nelle neuroscienze. Anche le companies con sede negli USA Pfizer e Merck, così come la francese Sanofi, hanno rinunciato alla ricerca sui farmaci psicotropi. […] Individuare e sviluppare farmaci per il sistema nervoso centrale è diventata un’attività ad alto rischio, con molte molecole che vengono abbandonate dopo anni di costosi trial clinici. Il mercato è già inondato di antidepressivi generici e a buon mercato, antipsicotici e altri farmaci che agiscono su target noti, prevalentemente recettori di neurotrasmettitori. Ciò ha indotto le companies a cercare target radicalmente nuovi, ma la ricerca si è rivelata difficile, dato che poco è noto della biologia del cervello e dei suoi disturbi.
Gli approcci standard per lo sviluppo di farmaci psicotropi non ha dato frutti significativi negli ultimi vent’anni’, sostiene Ken Kaitin, Direttore del Tufts Center for the Study of Drug Development (Boston, Massachusetts). ‘Ma è un dilemma per le aziende, perché c’è un vasto e crescente mercato per questi prodotti’. I disturbi mentali comportano il più alto carico di malattia a livello mondiale e i trattamenti attualmente disponibili non funzionano adeguatamente per la maggior parte dei pazienti”.
L’industria farmaceutica negli anni ’80 e ’90 aveva assaporato la possibilità di guadagnare svariati miliardi di dollari con farmaci fotocopia leggermente diversi da quelli precedentemente presenti sul mercato, ma questo poteva rivelarsi molto rischioso. Direttamente dalle pagine del New York Times nel 2013 il professor Richard Alan Friedman dichiarò: “Un americano su cinque assume almeno uno psicofarmaco, ma ciononostante stiamo assistendo a una crisi dell’innovazione farmacologica in psichiatria. Certamente disponiamo di parecchi antidepressivi, antipsicotici, ipnotici ecc., ma la loro popolarità nasconde due problemi seri. Primo, ognuna di queste classi di farmaci è composta in realtà da molecole che sono essenzialmente copie l’una dell’altra; abbiamo sei antidepressivi SSRI che fanno in pratica le stesse cose, e questo vale anche per gli antipsicotici di seconda generazione.
Secondo, i farmaci di cui disponiamo lasciano molto a desiderare: i pazienti con malattie come schizofrenia, depressione maggiore, disturbo bipolare, non rispondono adeguatamente o non riescono a tollerare gli effetti collaterali. Dopo una serie di trial che hanno dato esito negativo, nei quali antidepressivi e antipsicotici hanno fatto poco o non meglio del placebo, le companies farmaceutiche sembrano aver concluso che lo sviluppo di nuovi farmaci è troppo rischioso e dispendioso. Questa tendenza è apparsa evidente al meeting dell’American Society for Clinical Pharmacology and Therapeutics del 2011, dove solo 13 su 300 abstract erano relativi alla psicofarmacologia e nessuno di essi riguardava nuove molecole”.
Nel 2012 Fibiger ha aperto così il suo editoriale su Schizophrenia Bulletin: “La psicofarmacologia è in crisi. I dati sono sotto i nostri occhi ed è chiaro che un grande esperimento è fallito: nonostante decenni di ricerche e miliardi di dollari investiti, da oltre trent’anni non un solo farmaco con nuovo meccanismo d’azione ha raggiunto il mercato della psichiatria. Il riconoscimento di questa realtà ha già avuto profonde conseguenze sull’innovazione in psicofarmacologia, perché quasi tutte le maggiori industrie farmaceutiche hanno ridotto grandemente o hanno abbandonato progetti di ricerca e sviluppo di nuovi psicofarmaci. Dato che non ci può essere un substrato biologico coerente per sindromi così eterogenee come la schizofrenia, non sorprende che la ricerca abbia fallito nell’individuazione di specifici bersagli molecolari utili per lo sviluppo di terapie basate su nuovi meccanismi d’azione.”
Tutto questo ci dimostra come la ricerca sia in mano ad aziende con scopo di lucro il cui fine non è la cura e il benessere del paziente, ma investire in progetti che possano accrescere il proprio fatturato.

 

CONCLUSIONE
Se da una parte il web è sempre di più al centro della vita delle persone, dall’altra conquista e distrugge l’identità dei più giovani. Negli ultimi tre decenni, in coincidenza con la sua comparsa, le problematiche infantili sono aumentate a dismisura. Un fenomeno in ascesa che nasconde introiti miliardari alle sue spalle. Parallelamente le case farmaceutiche aumentano il fatturato puntando su progetti di ricerca più remunerativi, diffondendo patologie e creando illusioni. Due mostri che minacciano l’integrità della società e il benessere dei più deboli. È quindi necessario un maggiore intervento delle istituzioni per rafforzare la tutela dei diritti del minore con particolare attenzione alla salute e all’integrità psichica.

 

 

SITOLOGIA

Abbott A. (2011) Novartis to shut brain research facility. Nature, 480, 161-162

Adnkronos Salute (2014): Chiuso in casa a giocare alla Playstation: la storia di M., sedicenne vittima della sindrome di Hikikomori – http://www.adnkronos.com/salute/medicina/2014/10/23/chiuso-casa-giocare-alla-playstation-storia-sedicenne-vittima-della-sindrome-hikikomori_LJ4g8rBm8tzct3RJDXoICP.html?refresh_ce

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